Una piccola storia agricola può ancora sorprendere. Soprattutto quando parla di un pomodoro che resiste all’inverno e cresce dove nessuno se lo aspetterebbe. A Bologna, sulle colline del capoluogo, un anziano agricoltore ha salvato uno dei frutti più rari d’Italia. È il Tondo da serbo di Villa Ghigi, il pomodoro più settentrionale del Paese.
Un pomodoro che sfida l’inverno
Quando pensi ai pomodori, l’inverno non è certo la prima stagione che ti viene in mente. Eppure alcune varietà italiane sono nate proprio per durare a lungo, anche dopo la raccolta. Al Sud questo è normale: basta ricordare il piennolo campano, il pendula pugliese o quello tipico di Paceco in Sicilia.
In Emilia però la storia è diversa. Qui le condizioni sono più rigide e la tradizione è meno nota. Proprio per questo il Tondo da serbo di Villa Ghigi rappresenta un caso unico. È il pomodoro da serbo coltivato più a nord dell’intera penisola. Una piccola eccezione che racconta la forza della biodiversità italiana.
Villa Ghigi, un’oasi agricola alle porte di Bologna
Per capire questa storia dobbiamo salire sulla pedecollina bolognese. Qui sorge Villa Ghigi, una tenuta attiva fin dall’inizio del Cinquecento. Per secoli è stata un luogo agricolo ricco di frutteti e orti. L’ultimo proprietario privato, il professor Alessandro Ghigi, ha contribuito a conservarne il patrimonio rurale prima che parte della tenuta diventasse un parco pubblico.
Oggi il Parco Villa Ghigi è gestito da una Fondazione e continua a ospitare antiche varietà locali. Nel podere di San Michele, donato negli anni ’60 al CNR, la famiglia Cerè arrivò nel 1914 come mezzadri. È qui che è sopravvissuto il piccolo pomodoro che oggi raccontiamo.
Tra gli alberi storici c’è anche il Pero Ruggine d’Autunno, una cultivar quasi scomparsa. Il Tondo da serbo si inserisce perfettamente in questo mosaico. Piccolo, rotondo, resistente. Un frutto che ricorda quanto sia prezioso il lavoro agricolo tradizionale.
La famiglia Cerè e la salvaguardia del pomodoro più a nord d’Italia
Il vero custode di questo pomodoro è stato Gino Cerè, agricoltore nato nel 1939 e scomparso nel 2023. Ha lavorato per tutta la vita nella tenuta, prima per la famiglia Ghigi e poi insieme al Comune. Fu lui a recuperare i vecchi quaderni degli anni ’40 dove il padre segnava ogni prodotto venduto al mercato, con quantità e prezzi.
In quelle pagine compariva già il tondo da serbo. Secondo Cerè i semi erano arrivati da un altro ortolano, ma la loro storia a Villa Ghigi non si è più interrotta. Ogni estate iniziava la raccolta e la vendita, che continuava fino almeno a gennaio. Il frutto resisteva per mesi, grazie a una tradizione antica.
Oggi la coltivazione prosegue. Il pomodoro cresce anche nel parco vicino e nella cooperativa sociale Agriverde di San Lazzaro di Savena, che lo commercializza nel proprio punto vendita. Il patrimonio genetico è conservato nella Banca del genoplasma dell’Università di Pavia e la varietà è stata iscritta nel Repertorio volontario regionale delle risorse genetiche indigene agrarie.
Le caratteristiche del Tondo da serbo di Villa Ghigi
Ma cosa rende questo pomodoro così speciale? La risposta è semplice e sorprendente. Le sue caratteristiche lo rendono perfetto per durare a lungo, senza bisogno di irrigazione frequente. Ecco i suoi tratti principali:
- Forma: bacca tonda
- Diametro: 3,5-4 centimetri
- Costolatura: assente o molto lieve
- Buccia: spessa e rossa
- Annaffiature: pochissime o assenti, quindi una varietà “siccagna”
La scarsità d’acqua lo aiuta a conservarsi meglio dopo la raccolta. Un tempo veniva sistemato su arelle in solaio, proprio come l’uva da tavola. Restava lì finché non serviva. In molte famiglie veniva usato per insaporire brodi di carne, soprattutto nelle feste invernali.
Una storia che parla di memoria agricola
Il Tondo da serbo di Villa Ghigi non è solo un pomodoro. È un simbolo di resistenza e cura. È la prova che il lavoro di una famiglia può salvare un’intera varietà. E che anche vicino a una grande città può vivere un tesoro agricolo.
Oggi questa storia ci ricorda una verità semplice. La biodiversità non nasce per caso. Ha bisogno di mani che la proteggano. Di memoria. Di tempo. E spesso basta un anziano agricoltore per preservare un pezzo unico della nostra terra.




